La Nuotatrice di Francesco Canini.

Il titolo dei suoi lavori potrebbe rimandare la memoria alle famose Nuotatrici di Carlo Carrà, un’opera realizzata dal celebre artista nel 1910.
In realtà, benché il soggetto accomuni i due lavori, le nuotatrici di Canini appaiono ben diverse da quelle del pittore futurista. Anzitutto perché, a differenza di quest’ultimo che ritrae un gruppo di bagnanti, la Nuotatrice di Canini è sola, immersa nell’acqua; in secondo luogo, per la cromia e le stesure dalle quali prendono forma i corpi femminili dell’artista romano.
Francesco Canini, del resto, non è affatto interessato a descrivere l’azione, bensì si concentra sullo stato d’animo che il gesto stesso dell’immersione provoca.

La nuotatrice, in una dimensione di totale isolamento, potrebbe far ricordare una condizione prenatale: l’acqua del mare intesa come liquido amniotico. In un lavoro l’artista rappresenta una nuotatrice con le braccia piegate, parallele, e i pugni chiusi: tutto lascia pensare ad una posizione “fetale”. Del resto, e non è un caso, la prima esperienza di solitudine dell’essere umano si ha proprio nel grembo materno.

L’intero universo delineato dall’artista è quindi declinato al femminile. La Nuotatrice è da alcuni anni la vocazione esclusiva della pittura di Francesco Canini che mette in primo piano il corpo a scapito del volto, quasi sempre celato, messo di profilo o addirittura di tre quarti, in modo da non apparire in maniera esplicita. Un volto “negato”, spesso coperto dalle molteplici velature che caratterizzano le sue opere. Altre volte, invece, la nuotatrice di Canini si concede allo sguardo del pubblico, mostrando il suo volto e svelando la sua nudità. In entrambi i casi l’artista cerca di conferire una maggiore enfasi allo stato di solitudine della donna raffigurata.

Le ultime nuotatrici realizzate da Canini (la prima risale al 2003) presentate in occasione di questa mostra, pur continuando ad avere la peculiarità di essere evanescenti, vengono ora rappresentate con un incarnato vero e proprio, sebbene alcune delle opere in mostra mantengano una monocromia tipica delle prime esperienze di Francesco Canini.
La donna e il mare sembrano essere impastati nella stessa materia, così che troveremo nell’incarnato della nuotatrice un po’ del liquido turchese: una fusione, quindi, tra corpo e ambiente. Le donne di Canini dalle lunghe chiome, nuotano voluttuosamente nell’acqua di un azzurro intenso, che si appropria dei loro corpi divenendo con esse un tutt’uno, imprescindibili le une dall’altra.

Il mare, apparentemente calmo, è uno spazio che tende ad affermare la propria corporeità attraverso le nuotatrici che lo “abitano”. Le luci, ma soprattutto le ombre dei corpi che vanno a stagliarsi sui fondali marini, alludono ad una fisicità aggettante. Viene così tradotta sulla tela una particolare vibrazione cromatica che rimanda inevitabilmente alle esperienze artistiche del primo Novecento italiano.

“Il pittore ha confidenze con le ombre – ci spiega Ruggero Savinio – con l’ombra che i corpi proiettano […] Il pittore si cala nell’ombra per trovare la luce”. Come la figura che emerge dall’ombra la nuotatrice di Canini, stesura dopo stesura, si materializza nel fondo marino.

Lo spazio sospeso che l’artista rappresenta, lo “spazio aperto dell’anima” restituisce ad un onirismo surrealista, ad un’arte metafisica, ad un realismo magico che fa pensare alle opere di Felice Casorati, Carlo Carrà, Giorgio De Chirico, Mario Sironi.
La sigla fortemente allusiva che viene a crearsi evoca il legame di marcata fisicità che relaziona l’artista alle sue opere. Non a caso le prime nuotatrici realizzate sono state portate avanti da Canini per ben due anni in una sorta di work in progress.
Ogni giorno, per ventiquattro mesi, l’artista ha apportato alle tele continue modifiche, nuove stesure, fino a che ogni sua opera non ha finalmente raccontato la solitudine e il silenzio.

Le opere di Canini esprimono infinite dimensioni, luoghi apparentemente riconducibili ad un’area geografica, ad un mare reale, magari quello del Litorale Pontino, dove l’artista vive e lavora da alcuni anni. Le sfumature del blu, i turchesi, gli azzurri intensi, sono cromie legate a tutte le nostalgie dell’infinito, a partire da elementi naturali quali il cielo e il mare. Questi sono i colori fondamentali nell’opera dell’artista.

L’acqua marina che fa da scenario agli splendidi corpi femminili, non è altro che uno spazio aperto “riempito” da silenzi indecifrabili che rinviano all’immaginario linguistico dell’inconscio. L’artista realizza, quindi, un viaggio introspettivo dove il pubblico è invitato a seguire un percorso, oserei dire bergsoniano, rivolto a spiegare i processi della vita interiore e in cui il senso profondo del tempo, della memoria e della materia si fanno concreti.


Giorgia Calò
Roma, agosto 2006


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