C'è qualcosa che sembra valicare i confini segnati dagli occhi,
nelle tele di Francesco Canini. Qualcosa che oltrepassa lo sguardo, che
esonda dal campo visivo e sembra sfiorare la pelle, cingere,
accarezzare, avvolgere. Qualcosa che irretisce il corpo, che lo
risucchia delicatamente. Qualcosa che pare pervadere la carne, invaderla
dolcemente. Sembra che per percepire e recepire le opere di Francesco
Canini non sia più sufficiente e non venga più coinvolta soltanto la
vista, senso prediletto della pittura. Già, la pittura. In un'epoca in
cui l'arte è dominata da installazioni e video, fusioni ostinate di
elementi figurativi disparati, scimmiottamenti del genio Duchamp,
spasmodiche ricerche di interattività che sempre più si avvicinano al
campo dell'ingegneria contaminando e snaturando il terreno proprio
dell'arte, Francesco Canini scopre che nulla può essere più coinvolgente
per tutti e cinque i sensi e per il pensiero, niente più innovativo
della pittura tradizionale. Una riscoperta del passato per traghettare
il presente verso il futuro, dunque. Giacché il presente ed il futuro si
costruiscono sulla consapevolezza del passato. Tant'è che l'effetto
conclusivo risulta quantomai moderno; senz'altro più moderno dei più
moderni tra chi vuole a tutti i costi essere moderno.
Molteplici sono le influenze ed i modelli individuabili nella sua opera:
il primo Rinascimento masaccesco, Giorgione e Tiziano, il Carlo Carrà
metafisico, il Realismo Magico, la lezione delle correnti Novecento e
Valori Plastici, fino ad arrivare a Lucio Fontana ed all'illustrazione
di Lorenzo Mattotti.
Francesco Canini analizza, assorbe, poi cerca di accantonare,
dimenticare, quindi elabora e rielabora.
Con un ritorno agli strumenti più semplici e gloriosi della pittura,
Francesco Canini innova rinnovando: la sua è una pittura aptica, che
attraverso gli occhi raggiunge il tatto e suggerisce alla mente suoni,
sapori, profumi. Nell'elementare bidimensionalità della tela, egli
forgia ambienti spaziali dipingendone l'atmosfera. Una vera magia, per
dei quadri tradizionali.
Canini opera una revisione delle metafore e dei θόποι tradizionali, pur
restando in costante dialogo con la tradizione. All'astrazione egli
preferisce la rarefazione di una pittura figurativa forte di un rigoroso
studio del nudo, di un accurato lavoro sul disegno e sul colore, di una
preparazione della tela tramite strati di velature ottocentesche.
Importantissimo è proprio il lavoro che egli compie sulla tela e con la
tela. Complici i suoi trascorsi di giovane raffinato corniciaio,
Francesco Canini riscopre il carattere artigianale della pittura
quattrocentesca, la certosina preparazione della tela, e, attraverso il
contatto diretto con la materia e gli strumenti propri del pittore di
bottega, egli trova l'altro del tangibile, raggiunge le vette
dell'ineffabilità propria dell'arte. Il suo gesto manuale pittorico
diventa speculazione filosofico-visiva.
Ad un tempo antico e moderno, Francesco Canini è artista squisitamente
contemporaneo.
Prima di accingersi alla realizzazione del disegno, Canini lavora sulla
tela grezza, la prepara, come nell’antica pittura con gesso e colla di
coniglio, ne fa cosa sua; non si serve di tele già pronte: egli ha
bisogno di entrare in contatto con il supporto grezzo, quello che poi,
riempito di colori, sarà qualcos'altro: sarà un quadro, un dipinto,
un'opera d'arte. Francesco Canini sa bene che nulla è più nobile di
quella materia povera che non aspetta altro di veder nascere dal tessuto
grezzo le sfavillanti mirabilie patrizie di ciò che è arte.
Ciò che svetta alto nel cielo ha le radici piantate nella terra. Canini
osserva come le più alte opere del genio umano siano il prodotto d'un
insieme di elementi bassi: le imponenti statue sono il frutto della
fatica e del sudore speso sul marmo delle cave ferito con il ferro; le
cattedrali sono fatte di mattoni; gli affreschi pitturati con impasti di
succhi ed essenze distesi con pennelli di setole.
E' questa consapevolezza - il massimo della coscienza a cui un artista
può arrivare, ovvero la coscienza dei suoi mezzi – che permette a
Francesco Canini di conciliare nel suo fare artistico i sempiterni
nemici del porre e del levare: è come se infatti la tela vissuta e
sentita suggerisse alla mano le linee da seguire; è come se nel tessuto
fossero già contenuti i germi dei colori che li andranno a far fiorire
di Bellezza. I quadri di Francesco Canini sbocciano.
Egli svolge appieno quello che secondo Paul Klee è il compito precipuo
dell'artista: porta alla luce, rende visibile l'invisibile che si annida
e s'asconde nelle pieghe di ciò che sta sotto ai nostri occhi.
Il pittore ci insegna a guardare le cose scovandone il di più, ciò che
eccede la vista, l'altro del - e non dal - sensibile.
I suoi quadri tornano ad essere universi in sé conchiusi, rarefatti
eppure densi, che proprio grazie al loro isolamento riescono a
comunicare con la realtà; una realtà non più imitata, quella che
Francesco Canini dipinge nelle sue opere, bensì trasfigurata: scissa dal
mondo e dal tempo, la Nuotatrice ci parla della Storia e della Natura.
Oltre la μίμησις, l'atto supremo di plasmare una nuova realtà che con la
realtà comunichi, alla realtà si ispiri e che questa realtà insegni ad
investigare con animo fresco e ricco d'una nuova giovinezza.
La Nuotatrice è il tema prediletto, il soggetto caratteristico
dell'autore, vera e propria ossessione necessaria, da alcuni anni
vocazione pressoché esclusiva della sua pittura.
Nelle grandi tele azzurre e calde della Nuotatrice, dolcemente
ossimoriche nella loro avvolgente freddezza che assorbe con tepore, è
racchiusa tutta la poetica di Francesco Canini. Per questo egli afferma
che la Nuotatrice lo accompagnerà per tutta la vita.
La sensazione di un tuffo in un'altra dimensione aleggia sia all'esterno
che all'interno della superficie pittorica, dove una giovane donna, una
fanciulla senza età, nuota immersa nella propria solitudine, laddove
tale condizione perde qualsiasi connotato di negatività e non somiglia
più ad un oscuro abisso, bensì ad un sereno riparo luminoso.
L'autore ritaglia uno spazio protetto di quiete nel frastuono
dell'esistenza: egli dipinge un corpo al di fuori della Storia pur
all'interno della Storia stessa (il costume della nuotatrice è elemento
temporalmente caratterizzante), al sicuro dalle turbolenze del Tempo
inteso sia in senso storico-politico (gli accadimenti sociali) sia
metafisico (il suo scorrere che tutto divora e distrugge).
In un tempo ed in uno spazio determinati il pittore scava un luogo ed un
momento al di fuori del tempo e dello spazio.
Come in “Ode on a Grecian Urn” di John Keats, l'arte torna ad assumere
una valenza eternatrice e pacificatrice: la nuotatrice avrà il
privilegio di non uscire più da quel tenero limbo in cui ogni affanno è
sospeso.
L'incarnato della ragazza è levigato, quasi etereo, lievemente caldo
eppure raggelato da una luce propria che si mescola a quella che si
propaga soffusa nelle opere; si tratta di riflessi di luce resi con
pennellate leggere che ricordano l'acquerello, a rendere palpabile non
tanto l'acqua, bensì il senso dell'acqua, la suggestione emozionale del
colore omogeneo sfumato di celeste e bianco.
E' proprio la ricerca sui toni la chiave del lavoro di Francesco Canini,
il suo tratto peculiare e fondamentale. Molto più veneziano che toscano
in questo, Canini attua e suggerisce un approccio diretto ed emozionale
con il reale, il più immediato possibile (nell'accezione primaria di
in-mediato, non mediato), al fine di trovare una sorta di assoluto
pittorico: la pelle della nuotatrice, accarezzata dall'acqua,
compenetrata dal mare e sovente fusa con esso, si fa anima incarnata, ma
d'una sovrannaturalità che appartiene tutta alla sfera artistica.
Francesco Canini indaga sull'enigma dell'azzurro, il più ambiguo ed
ammaliante tra i colori.
Tecnicamente, l'azzurro è un colore freddo. Eppure, in esso c'è un
calore inusitato, che attira e sa di distanza, che seduce e respinge.
Dolce e ieratico insieme, l'azzurro è un mistero che sbalordisce ed
inquieta, che rapisce ed allontana.
E' Francesco Canini stesso a dichiarare il proprio stupore allorché si
trova ad impastare l'azzurro: basta un po’ di bianco o di verde in più,
oppure una goccia in meno, e quest'azzurro muta ogni volta; e con il suo
mutare, trascina con sé sensazioni sempre nuove e diverse, pizzica corde
dello spirito mai suonate e libera nuove voci, rammentandoci che spesso
un silenzio corrisponde ad un tacere e non ad un'inesistenza.
Francesco Canini conduce una vita quasi monastica, dai ritmi rigorosi,
tutto dedito alla sua arte. Vive in campagna, vicino al mare, immerso in
quel silenzio ed in quella solitudine che intende consegnare alle sue
opere, come se volesse donare alle tele una parte della propria vita,
quasi a soffiare nel tessuto un alito vitale che animi le immagini. Nei
dipinti Canini restituisce le impressioni che egli attinge da ciò che lo
circonda e l'ambiente diviene differente da se stesso: diviene
creazione, diviene artificio, diviene arte. Cambia volto, scompare
dissolvendosi nel quadro per riaffiorare sotto mentite sincere spoglie.
Francesco Canini si sveglia ogni mattina prima dell'alba e comincia a
lavorare ai dipinti, proseguendo ininterrottamente fino al pomeriggio,
momento in cui “rimette in discussione” - come suole dire lui stesso –
tutto il lavoro svolto sino a quell'ora. Ritorna quindi sui propri
passi, prende nuove decisione, cambia idea, impregnandosi delle
suggestioni di quanto da lui stesso precedentemente realizzato affinché
lo conducano per nuove vie inaspettate. La sua è una paziente attesa
dell'inatteso.
E' quanto mai interessante sapere cosa l'artista stesso ha da dire a
proposito del proprio metodo: egli confessa la meraviglia che lo invade
nell'osservare l'azzurro che si trasforma ad ogni nuova pennellata.
Francesco Canini in primis si sorprende ogni volta per l'inafferrabilità
dell'azzurro.
Colore imperscrutabile per eccellenza, l'azzurro è la tinta
dell'ossimoro. Nell'azzurro le opposizioni si amalgamano e generano
quell'aura d'insolita insondabilità che conquista e fa vacillare.
L'azzurro è l'ossimoro che produce ossimori. L'azzurro è l'incarnazione
tonale del Mistero: il mistero del cosmo, il mistero della vita e della
morte, il mistero del divino, il mistero del senso e del significato
dell'esistenza. L'azzurro esprime l'assoluto, l'eterno e l'infinito; ne
simboleggia la faccia mutevole.
Azzurro come essenza visibile e cangiante dell'Immutabile.
La Nuotatrice scivola languida nell'azzurro. Vi è immersa, ne è intrisa.
La Nuotatrice esplora l'azzurro. Ella è dunque l'artista stesso, ogni
artista e di riflesso l'uomo in generale e la sua volontà conoscitiva
mista alla brama di annullarsi nel brahman. La Nuotatrice è l'allegoria
dell'umano anelito verso il paradiso ed al contempo del raggiungimento
del paradiso, finalmente ottenuto.
La sfera artistica è l'unico vero Eden, l'unico vero Empireo, l'unica
vera Rosa dei Beati.
La Nuotatrice e l'azzurro: due simboli, due metafore, due allegorie,
così semplici eppure così sterminati.
Immersa in un silenzio magico ed in una solitudine arcana, misteriosa,
la Nuotatrice è sospesa in un vuoto che incanta e meraviglia. Al riparo
dai turbamenti, dagli affanni, dai rumori dell'esistenza, questa sirena
senza età fluttua in una quiete cosmica che avviluppa in un abbraccio
morbido, eterno ed eternatore.
La nuotatrice è salva dalla vecchiaia, libera da ogni sforzo e tensione
(come rivelano i capelli e le mani). Ha gli occhi chiusi, assorta nella
propria distanza dal mondo, che pure sembra ad un passo, ma lontano
ormai più dalla sua mente che dal suo corpo.
La pace, con il caos tutto intorno alla cornice, fuori, via.
Ella è in pace.
Il tutto sembrerebbe denotare una volontà impolitica, che però dimostra
una salda consapevolezza critica: questa creazione di un non-luogo di
tregua cosmica lascia supporre un profondo senso di pessimistica
stanchezza verso una realtà inclemente e frenetica che intrappola l'Io
nella gabbia degli schemi della quotidianità.
La pittura di Francesco Canini si configura dunque anche come politica,
nel significato più elevato inteso da Theodor Adorno: l'opera d'arte,
dicendo – wittgensteinianamente – se stessa e confessandosi come altro
dal e del reale, denuncia dal proprio interno le storture del vigente.
Così, se l'uomo della modernità è smarrito nel marasma, la donna di
Canini si perde nella pace. A volte ci mostra il volto, un viso dai
tratti vaghi, giacché l'arte deve essere universale. Si lascia
accarezzare dall'acqua, dalla propria vuotezza positiva: un vuoto
d'accidenti riempito d'assoluto.
Il pittore esclude qualunque tipo di turbamento: la nuotatrice è pudica
nella propria libertà, trasuda libertà nella totale assenza di pulsione
erotica. Si tratta di esperienze sensoriali da captare puramente col
pensiero sgombro.
Lo sguardo dell'osservatore scivola sulla tela ed addosso alla
nuotatrice, che non vi bada. Ispira silenzio, assorbimento.
La nuotatrice di Canini è una divinità insieme degli abissi e delle
altezze, delle profondità marine e dei picchi celesti del pensiero; una
dea acquatica desacralizzata, terrigena e terrena, ma improfanabile
nella sua impenetrabile placidità che sa d'ignoto, d'infinito e
imperituro.
La grandezza di Francesco Canini risiede nella rara capacità di
dipingere l'assenza. Dare forma al silenzio ed al vuoto è il più arduo
dei cimenti per l'artista. In fondo, è la meta a cui tende ogni artista:
esprimere l'infinito nulla di Dio.
Quella di Francesco Canini è una pittura religiosa che santifica la
religione della pittura. La sua è una visione sacra, la sua pittura è
sacrale; uno sguardo sacrale per un'arte sacra, ma d'una liturgia
puramente artistica. Francesco Canini celebra il miracolo dell'arte. E'
l'immensità dell'arte medesima che egli magnifica ed a cui tributa gli
onori della creazione.
Di qui la sua tensione verso un misticismo artistico: è uno stato di
ipnotico torpore vigile che egli vuole suscitare nell'osservatore;
l'enorme vantaggio di questa sublime tipologia di culto risiede nel
fatto che non c'è bisogno di attendere alcuna allucinazione: la visione
trascendente è già tutta spalancata davanti al fruitore, al quale non
resta che lasciarsi andare all'estasi e nell'estasi, smarrirsi in
quell'“eterno femminino” che “trae al superno” rappresentato dalla
Nuotratrice. Solo perdendoci ci è dato ritrovarci, ritrovare il nostro
essere nella sua purezza primigenia. E solo perdendoci lucidamente nei
meandri dell'arte. Questa è la lezione che Francesco Canini desidera
darci.
La nuotatrice diviene dunque allegoria dell'arte stessa. La Nuotatrice è
la Pittura, è la Poesia, è la ποίεσις.
Ella sopravvive al di sopra, al di sotto, al di là del perituro. Nell'al
di qua ci siamo noi e le nostre miserie umane. E non possiamo
avvicinarci alla Nuotatrice: se allunghiamo le dita nel tentativo di
toccarla, di rubare la sua linfa d'ambrosia, di lasciarsi contagiare
dalla sua vittoria sul finito, la parete della tela ci respinge. La
Nuotatrice vive solo nell'Immagine e solo l'Immagine è la Verità.
Francesco Canini ci svela il segreto più grande: l'arte è il luogo
eletto dell'immortalità. L'unico. E viceversa.